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10/15/2011

Mais 0 - 10 Stoffa. Le migliori borse ecologiche non sono quelle fatte di cibo!



Dal 1° gennaio 2011 i consumatori italiani hanno dovuto familiarizzare con i sacchetti di bioplastica, o ancora meglio con le buste per la spesa riutilizzabili di tela di fibre naturali, abbandonando il classico sacchetto di plastica non biodegradabile.
Questi sacchetti di bioplastica sono fatte con mais e olio di girasole: un risultato tecnicamente chiamato 'Mater-Bi' e che in Italia è prodotto da una ditta che si chiama ‘Novamont’). 

Direi che visto che la plastica inquina ed è riutilizzabile solo in parte e solo un tot di volte (se ben divisa e trattata:
http://www.valconca.info/natura_amica/alberoriciclo/riciclo.html#4 ) è stata un ottima idea quella di cercare un sostituto e trovo che i materiali naturali siano un’ottima soluzione anche se, penso che tutti abbiamo riscontrato alcune difficoltà logistiche nell’utilizzo di tali borsette.



Parliamoci chiaro: quando facciamo la spesa noi italiani, la facciamo seriamente! Scegliamo un giorno e poi ci muoviamo come pecorelle  per andare a girare senza una vera meta dentro a questi grandi ipermercati. Riempiamo un carrello (quando va bene) fino ad ogni limite e poi ci dirigiamo alla cassa dove per imbustare tutto la nostra spesa, ci danno 850 sacchettini biodegradabili (sacchettini mignon direi!!!) dove ci stanno dentro due buste di minestrone se è tanto … e come se non bastasse uscire carichi come asini, queste simpatiche borsette di mais, appena una confezione ha uno spigolo ( anche smussato va bene ) cedono. Si. Cedono. E ti fanno sparpagliare la spesa sul pavimento o se ti va meglio ti inducono a opere di contorsionismo ed equilibrismo per non far cadere tutto ciò che hai in mano . . .
Ora dico… va bene biodegradabili, va bene a favore dell’ambiente . . . va bene tutto! Ma fatele che tengano almeno!!! Un po’ di solidità ci vuole nella vita!!!

Come se tutto ciò non fosse già basta, queste simpatiche borsette ecologiche . . . PUZZANO!! Si! Hanno un odore pazzesco!!! E io dico… se sono fatte di mais . . . da dove viene questo odoraccio???
A me piace il mais, lo mangio crudo, cotto, in insalata, saltato, croccante… etc… ma in tutti i modi in cui lo gusto, non puzza!!! Anzi, ha un buon profumo! E allora questo olezzo pestilenziale da dove arriva????

Insomma, sono fragili, piccole e puzzano . . . L’ambiente ci avrà pur guadagnato, ma noi sicuramente no. ( soprattutto in stress!!!)
La soluzione?? Portarsi dietro le comode, colorate, stupende borse in stoffa riutilizzabili e personalizzabili. Si. Le adoro!!! :)
Sono enormi, capienti, solide, non occupano spazio in borsa, in macchina o a casa, sono ecologiche  e non puzzano!
Vincono 10 a 0 direi!!



E se disgraziatamente si dimenticano in macchina o a casa … è li che inizia il dramma!

10/03/2011

La nuova mappa dal globo prodotta dai cambiamenti climatici

Centomila abitanti da traslocare nei prossimi trent’anni su un’isola artificiale, una piattaforma galleggiante da due miliardi di dollari, per sfuggire all’innalzamento del livello del mare dovuto ai cambiamenti climatici: ipotesi ormai presa in seria considerazione dal presidente dello Stato insulare di Kiribati, in Oceania. Una dichiarazione scioccante, fatta durante il recente Pacific Islands Forum di Auckland, in Nuova Zelanda. È l’organismo che annovera le Maldive e Tonga, Tuvalu e le Salomone insieme alle isole Cook. Tutte accomunate dalla stessa sorte inquietante: l’incubo di ritrovarsi presto sommerse dall’oceano, scomparendo dalle carte geografiche. Mappe su cui, nel frattempo, altre isole nascono dalle acque. Lo conferma il prestigioso Times Atlas of the World che, nella sua ultima versione, ha ufficialmente riconosciuto la Uunartoq Qeqertaq, o Warming Island, comparsa in questi ultimi anni a causa dello scioglimento dei ghiacci artici.

Il Presidente di Kiribati, Anote Tong, ha mostrato di volere fare sul serio, per permettere ai suoi cittadini di non doversi trasferire in altre parti del mondo. Prima che Kiribati si inabissi, gli isolani traslocheranno su una maxi-piattaforma simile a quelle petrolifere. “Se siete di fronte all’opzione di rimanere sommersi, saltereste su di una piattaforma come quella? Penso che la risposta sia ‘Sì’”. Quando ha visto i modelli di queste strutture (a quanto pare quelli nati dalle visioni futuristiche dell’architetto belga Vincent Callebaut), Tong pensava di avere a che fare con qualcosa di fantascientifico, così moderno da chiedersi se la sua gente potesse veramente viverci. “Stiamo prendendo in considerazione tutte le opzioni”, conferma Tong, muovendo dalla più semplice delle domande: “Cosa fareste per i vostri nipoti?”.

Del resto, oltre alla possibilità di non avere più una terra su cui vivere entro i prossimi tre decenni, i problemi per Kiribati si presentano già oggi a livello di spese: supera infatti i 900 milioni di dollari (Usa) la cifra che il piccolo Stato-isola – come le altre realtà insulari della regione, minacciate anch’esse dal global warming – dovrà sostenere per proteggere adeguatamente le sue infrastrutture dall’innalzamento delle acque marine. Servono soluzioni tecnologiche ma anche finanziarie: obiettivo non facile, scovare i fondi necessari all’innalzamento di barriere per proteggersi dal mare.

Fra utopia e realtà, più che ad enormi investimenti in avveniristiche piattaforme galleggianti, probabilmente ci si dovrà preparare, nell’arco dei prossimi trent’anni, a una serie di migrazioni ed evacuazioni di massa. Nel Pacifico, infatti, Australia e Nuova Zelanda valutano già la possibilità di dovere presto ospitare i Kiribatians e molti dei loro vicini. Persone che, in fuga dal mare, giungeranno in cerca di una nuova casa, dopo che la loro sarà stata inghiottita dalle acque.

Ormai è solo questione di tempo: le mappe e le cartine geografiche che abbiamo studiato a scuola stanno per cambiare. Secondo Times Atlas of the World, l’atlante più completo al mondo, nel Pacifico è prossima la sparizione di interi arcipelaghi, mentre in altre parti del globo si assiste al fenomeno inverso: la comparsa di nuove isole, come Uunartoq Qeqertoq, a circa 650 km a nord del Circolo Polare Artico.

L’“Isola del riscaldamento”, in lingua Inuit, scoperta poco più di cinque anni fa e ufficialmente inserita nelle mappe solo quest’anno, è emersa dalle acque a causa dello scioglimento di importanti porzioni dei ghiacci della Groenlandia. È la conferma della tesi avanzata dal National Snow and Ice Data Center statunitense (Nsidc): in collaborazione con Greenpeace, dopo i risultati di quest’estate relativi alle (elevate) temperature del Mar Glaciale Artico, l’istituto americano ha rilevato in questi giorni il secondo livello più basso della contrazione dei ghiacci artici mai registrato. “Si tratta di un chiaro segnale dell’impatto dei cambiamenti climatici sulla calotta polare”, avverte il Nsidc.


Sconvolgimenti climatici che, per Tuiloma Neroni Slade, segretario generale del Forum delle Isole del Pacifico minacciate dal mare, sono “un pericolo del presente, non un problema per il domani”. Meglio farsene una ragione, secondo Slade, perché ormai “l’adattamento è una necessità, non una scelta”.



9/29/2011

Un cancro per il pianeta: Overshoot Day

Le risorse sono finite, avanti con il prossimo pianeta. Dal 27 settembre è scattato l'overshoot day, capiamo meglio di cosa si tratta dal presidente della Global Footprint Network, Mathis Wackernagel:

"Oggi è l'Overshoot Day: l'umanità ha esaurito le risorse che la natura può fornire in un anno in maniera sostenibile. il Global Footprint Network (GFN) tiene conto del fabbisogno umano di natura (per esempio per fornire cibo, produrre materie prime e assorbire CO2) rispetto alla capacità della natura di rigenerare queste risorse e assorbire i rifiuti. I calcoli del GFN dimostrano che circa dopo 9 mesi il fabbisogno di risorse dell'umanità ha sorpassato il livello che il pianeta può fornire in modo sostenibile in un anno. "E' come spendere il salario annuale in 9 mesi e consumare i risparmi anno dopo anno. Abbastanza in fretta finirebbe il vostro capitale"

Consumiamo risorse come se avessimo a disposizione 1,5 pianeti al posto di uno. La soglia critica è stata superata per la prima volta nel 1970, da quell'anno in poi si consuma più di quel che si potrebbe.
Se tutti vivessero con gli standard di consumi degli statunitensi avremmo bisogno di 5 pianeti, degli inglesi 3,4, del Sud-Africa 1,5.

Intanto ad ottobre l'umanità potrebbe raggiungere i 7 miliardi di abitanti.
Siamo un cancro.


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